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Pensieri di ritorno da Vernazza PDF Print E-mail
Written by Nicola Rollando   
Friday, 04 November 2011 10:01

I nostri vecchi temevano l’ acqua più di ogni altra cosa. Più del fuoco, della siccità, del vento, delle malattie.

Per questo hanno impiegato la loro esistenza nel tentativo di governarne il deflusso, i percorsi. Così, ogni pietra posata, ogni muretto, ogni zolla di terra venivano finalizzati a quello scopo.

La salvaguardia dei coltivi, il rallentamento della corsa dell’ acqua diventavano funzionali alla sicurezza degli abitati sottostanti.

Vernazza à uno degli esempi più evidenti di questo compromesso dinamico, un miracolo costruito sulla pelle di intere generazioni di uomini e donne consapevoli, nella limitatezza delle loro conoscenze generali, della precarietà di quell’ equilibrio.
Quelle stesse pietre, quella stessa terra fertile, trasportata nelle corbe e nei corbini per secoli da valle a monte sulle schiene e sulla testa dei nostri vecchi, sono, in pochi attimi, precipitate in mare vanificando insieme al senso stesso della loro esistenza quello di un ‘ intera comunità.

Ricordo il filo conduttore di una vecchia intervista dell’ ex Presidente-Faraone del Parco, in cui, a proposito dell’ assetto idrogeologico delle 5 Terre, sosteneva come le simulazioni di laboratorio dimostrassero epiloghi apocalittici a seguito dell’ abbandono dei coltivi e del degrado dei terrazzamenti.

Ora che quell’ epilogo si è concretizzato, viene spontaneo domandarsi il senso di quegli esperimenti.

A che serve patrocinare dei costosi studi, organizzare progettazioni fantastiche, senza far conseguire loro dei fatti concreti e strutturali?

Infatti, l’ acqua ha continuato ad insinuarsi nelle microfrane dei muretti crollati, nelle devastazioni dei cinghiali e degli incendi, preparandosi pazientemente la strada negli incolti fino al gran colpo di mano di questi terribili momenti.

Mi viene naturale pensare allo stridente contrasto tra le risorse, le pietre, la manodopera, la tecnologia impiegata nel delirante progetto di incentivare l’accesso automobilistico alle 5 Terre, tramite lo stradone da Montale e l’ ampliamento della litoranea, rapportandolo all’ esiguità di quello impiegato nella tutela del territorio e a sostegno della produzione agricola.

Penso al beffardo contrappasso dantesco che ha portato in mare centinaia di automobili, in un contesto generale che vede la presenza ossessiva dell’ auto in ogni aspetto della quotidianità.

Mi preoccupa, nelle parole dei politici, l’ idea che sta passando tra il serio e il faceto, che si sia trattato di eventi imprevedibili e fatali, quasi che dovessero essere gli elementi naturali ad adattarsi ai parametri sempre più ristretti della crisi economica.

Allo sbalordito Presidente Burlando che, giustamente, mette in relazione questi eventi con i dati pazzeschi ed allarmanti del recente censimento agricolo ( meno 46% delle aziende agricole e meno 64500 ettari di superficie agricola coltivata in 10 anni in Liguria ), vorrei chiedere il conto della sua politica agricola e di quella dei suoi fantastici assessori all’ agricoltura.

Unica certezza, in piena continuità col passato, quella che da Levante a Ponente vedrà la Liguria al centro di politiche di violenta cementificazione, di micidiali trafori a La Spezia, in Fontanabuona, Gronde porti turistici, colmate a mare, ecc, ecc.

Al dolore per la perdita di vite umane e per le distruzioni, si aggiunge la certezza che nulla cambierà se non in peggio. E che fra poco saremo ancora qui a denunciare la prossima emergenza, lamentandoci del destino cinico e baro e della crisi economica.

Questa sera,prima di arrampicarmi con mio figlio, lungo le pendici violentate delle montagne,per guadagnare la via di casa, mi sono voluto fermare un attimo nel cimitero per trovare un po’ di conforto nello sgurdo dei miei nonni e dei miei bisnonni.

Devo confessare che la fierezza di quei volti non mi è stata di grande aiuto.

Nicola Rollando

Last Updated on Wednesday, 16 November 2011 09:08
 

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