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Ricordo di Gino Veronelli, dieci anni dopo PDF Print E-mail
Written by Massimo Angelini   
Thursday, 15 May 2014 06:19
Gino Veronelli

Era la sera del 12 ottobre 2000, quando per la prima volta, nel ristorante di Bacci, all'Acquasanta di Genova, incontravo Gino. Si doveva assaggiare una varietà locale di patata - la Quarantina Bianca -, quella che quasi vent'anni prima avevo trovato tra le pieghe dei miei monti dietro Genova, e nel tempo, piano piano, avevo incoraggiato a rigenerare e recuperare. Uno spirito non informato può leggere "patata": ma noi di questo entroterra sappiamo che dietro c'è piccola economia; riscatto per chi lavora col fiato corto su terrazze grandi a volte poco più che scalini; autonomia nel recuperare le proprie varietà senza pagare dazio a istituti, università, scienziati; orgoglio di contadini che imparano a non vergognarsi più del lavoro più importante, quello che dà da mangiare a tutti. E tutto questo Gino lo capiva, ah se lo capiva! Ed è per questo che, dopo un contatto telefonico disarmante nella semplicità delle sue risposte, era sceso a Genova per assaggiare una patata e parlarne. Ci vedeva già poco, ma - coltello in mano - sapeva distinguere al taglio una pasta grossolana da una fine. Aveva occhi quasi spenti, ma vedeva lontano.
Poi siamo diventati amici. Gli piaceva come parlavo della terra e che nel parlarne portavo la testa nel cuore. Sapeva che non stavamo scemeggiando al gioco della degustazione fine a se stessa, a fare gli intenditori della vaghezza e del buon vivere, ma che in ballo c'erano orgoglio di gente comune e piccola economia, qualche volta poco oltre i margini della sussistenza. Così aveva iniziato a chiedermi riflessioni da condividere su EV, il suo diario-rivista, nella libertà di chiamare pane il pane e biasimare chi chioccia sul mondo contadino arrotando la erre con la sciarpetta al collo.
Nel 2001, mancavano sette giorni al G8, avevo desiderato a Genova un lungo incontro di due giorni sul tema dei luoghi comuni. La parola è ambigua e me ne spiace: dicendo "luoghi comuni" non sto parlando delle banalità, ma degli spazi materiali, giuridici, simbolici la cui titolarità è nell'orizzonte delle comunità e di chi in una comunità vive, ha vissuto e di chi è per viverci: si chiama compresenza. Luoghi comuni, quelli che non appartengono a un privato né al pubblico delle istituzioni, quelli della gente, inalienabili per loro intima natura, e che per loro intima natura non si possono cedere, limitare, vietare. Spazi che hanno a che fare con ambiti pregiuridici, come quelli della sussistenza, del gioco, della preghiera, della festa, e che, pertanto nessuna espressione del diritto può legittimamente condizionare o interdire senza scivolare nell'assurdità della contraddizione. Luoghi comuni, oggi stretti in una morsa mortale di diritto pubblico e diritto privato, nell'oblio del diritto comunitario, in un tempo dove la stesa parola, "diritto comunitario" è riferita all'Europa, non alla comunità, e perciò ha il significato capovolto. L'incontro s'intitolava "Risveglio: della terra e della cultura locale". Non un convegno: liturgia di Ottocento e di accademia. Ma molti seminari contemporanei dove, mattina, pranzo e pomeriggio, si stava con un maestro, nella conversazione, senza dialettica. Maestri: avevo invitato Ivan Illich dal Messico - avevamo dialogato insieme per alcuni giorni sulla forma da dare all'incontro -, Jean-Marie Pelt dalla Francia ("L'orto di Frankestein"), Hope Shand dal Canada (tra le prime a denunciare la brevettazione delle sementi), Teodor Shanin dalla Russia (dirigeva la Scuola di Scienze sociali di Mosca)... che meraviglia! e il giorno dopo, a tavola, anche Gino. A Gino non piacevano le banalità, ma i luoghi comuni sì, e anche lui era venuto volentieri a ragionarne con noi. E adesso prova a immaginare - io lo conservo negli occhi come una buona fotografia: allo stesso tavolo, commensali uno a fianco all'altro, Luigi Veronelli, Ivan Illich e Giovanni Rebora, tre grandi eretici della cultura come pochi altri hanno saputo essere.  Sette giorni dopo a Genova si sarebbe spenta la luce.
Scambiavamo lettere, scambiavamo visite. Lui alle nostre tavole contadine, io nei centri sociali dei Critical Wine, fino al primo 'autunno del 2004, Mandillo dei Semi: festa delle varietà e dei prodotti contadini (ché non tutti gli agricoltori lo sono). E' stata l'ultima volta che ci siamo incontrati: si parlava ancora di biodiversità, di mondo contadino, della "Pomona" di Giorgio Gallesio. Qui - https://www.youtube.com/watch?v=I5wycjImmdM - ne è rimasta una traccia, dove Gino parla stanco, ma parla chiaro.
Tra il 2001 e la fine di EV (quando Gino si è addormentato, era il novembre 2004), mi ha dato ospitalità sulla rivista cinque, sette, otto volte: non ricordo più, non ne tengo il conto; e di quel frattempo, tra lettere e incontri, ricordo nitide l'amicizia e la stima che abbiamo condiviso e ancora oggi conservo nel ricordo.

Massimo Angelini

 

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