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PP, Pace e Conflitto – Non si tratta del Commercio , ma di come commerciamo PDF Print E-mail
Written by Maria Pia Corpaci   
Saturday, 28 March 2015 06:07

La socia Maria Pia Corpaci condivide la seguente notizia:

Trade is not the issueIl TTIP rappresenta un ampio tentativo di disarticolare le conquiste di anni di lotte sociali con le politiche di austerity e di redistribuzione del reddito verso l’alto. L'obiettivo principale saranno gli standard di sicurezza e di qualità di aspetti sostanziali della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, l'istruzione e la cultura, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Di seguito, l'opinione di Patrick T. Hiller, studioso e docente di Trasformazione del conflitto, sugli effetti dei trattati internazionali su Pace e i conflitti.

PP, Pace e Conflitto – Non si tratta del Commercio , ma di come commerciamo

TMS PEACE JOURNALISM, 9 March 2015
di Patrick T. Hiller, Ph.D., Iniziativa per la prevenzione della guerra – TRANSCEND Media Service

Chiariamo subito una cosa. Il commercio è cosa buona. Commerciamo da sempre. Il commercio è' stato sempre parte della storia umana e ci sono le prove di vie commerciali preistoriche in molte parti del mondo. Diventa più difficile quando guardiamo ai trattati commerciali internazionali su larga scala. La questione se il commercio con l'estero promuova la pace e lo sviluppo oppure conflitti distruttivi è stata dibattuta a lungo. Una delle controversie più comuni sui trattati di libero scambio è quella che è nata con il Tpp (Trattato di partnership commerciale per l'area del Pacifico). La storia dei trattati commerciali, la segretezza che ha avviluppato il Tpp, e le informazioni che sono trapelate su questo accordo, indicano che, se fosse adottato, avrebbe un tremendo potenziale di conflitto sociale.
Descritto dai promotori come “modello avveniristico per affrontare i problemi commerciali e d'investimento sia tradizionali che innovativi, sostenere la creazione e il mantenimento di posti di lavoro e promuovere lo sviluppo economico nei nostri paesi”, il TPP affronta già ampie resistenze. E' già attiva una consistente opposizione che informa ed educa alle conseguenze negative di ciò che l'ex ministro del Lavoro Robert Reich chiama “accordi globali corporativi”. Questa opposizione al Tpp trascende le linee dei partiti politici e va al di là della sinistra tradizionale. L'opposizione al TPP è un movimento sociale. Sindacati, associazioni di salute pubblica, gruppi per i diritti digitali, movimenti ambientalisti, gruppi di migranti, e associazioni per la pace e i diritti, sono solo alcuni degli oppositori più coinvolti. Le loro preoccupazioni sono la delocalizzazione del lavoro, l'ineguaglianza sociale, maggiori costi per il settore medico-sanitario, la libera circolazione delle merci ma non delle persone, l'insicurezza alimentare e un minore controllo locale, per nominarne solo qualcuna. Da studioso di pace e conflitti, posso aggiungerne un'altra: il rischio di conflitto distruttivo.
Quando osserviamo i conflitti, osserviamo le ragioni per cui sono iniziati- le cause alla loro radice. Un modo semplice è di vedere quali sono i bisogni primari umani. Sappiamo che aria, acqua, cibo, vestiti e un tetto sono necessari alla sopravvivenza. Oltre a questi, possiamo aggiungere la sicurezza, l'identità, il benessere e l'autodeterminazione. Se questi bisogni umani non sono soddisfatti, si dice, le persone entrano in conflitto. Il modo in cui sono stati recentemente applicati e implementati i trattati di libero commercio contribuiscono alla violenza strutturale – la violenza per cui le strutture sociali e le istituzioni impediscono alle persone di soddisfare i bisogni primari. Gli accordi proteggono gli interessi delle elites a scapito di quelli della maggioranza delle persone e del pianeta; è per questo che che il potenziale di conflitto aumenta. Diventa allora più chiaro come i controversi articoli del TPP possano essere direttamente connessi al conflitto sociale, alle proteste e all'instabilità: si discute infatti di sfruttamento delle risorse, diritti del lavoro e ineguaglianza dei redditi, agricoltura, questioni ambientali e poteri decisionali democratici delle comunità a livello locale, regionale e nazionale.
Il commercio e le economie hanno un potenziale di pace oltre a quello di conflitto e guerra. La pace per via commerciale può diventare un progetto realistico se rimane connessa ai principi basilari di un'economia pacifica espressi dall'economista politico Lloyd Dumas. Questi principi sono: 1) Relazioni stabili eque : ciascuno guadagna a seconda del suo contributo e l'incentivo a mettere in discussione la relazione è basso; 2) Enfasi sullo sviluppo – la maggior parte delle guerre dalla Seconda Guerra Mondiale in poi sono state combattute in paesi in via di sviluppo. La povertà e la mancanza di opportunità sono terreno di coltura per la violenza. Lo sviluppo è una strategia vincente contro il terrorismo, perché indebolisce la rete di supporto dei gruppi terroristi. 3) Minimizzare lo stress ecologico – La competizione per le risorse non rinnovabili – principalmente il petrolio ma sempre più anche l'acqua – genera conflitti pericolosi tra nazioni e tra gruppi all'interno delle nazioni. E' provato che dove c'è petrolio, le guerre sono più probabili. L'utilizzo più efficiente delle risorse, lo sviluppo e l'utilizzo di tecnologie e procedure pulite, e una migliore (e non maggiore) crescita economica, possono ridurre lo stress ecologico.
Johan Galtung, teorico dello studio di Pace e i conflitti, tratteggia le linee guida fondamentali per l'economia e la pace: la soddisfazione dei bisogni primari a livello locale, nazionale e globale; relazioni commerciali globali egualitarie; e un'attività economica che possa dare alle persone una vita dignitosa e che promuova relazioni giuste tra le nazioni. Dobbiamo chiederci se il nostro sistema economico attuale e le politiche commerciali puntino a quei principi o se sia nel nostro interesse mantenere e creare nuove strutture commerciali che consistono nell'accaparramento delle risorse naturali degli altri e nella difesa militare del maltolto.
Il dibattito corrente sul TPP indica che questo accordo porterà a immensi conflitti sociali, proteste e instabilità. Il punto non è il commercio. La gente e le società hanno sempre commerciato e continueranno a farlo. Ma le relazioni commerciali e i loro meccanismi sono al centro del dibattito: il commercio conduce al conflitto violento e alla guerra o contribuisce alla pace? Abbiamo avuto la nostra parte di guerre e violenza. E' giunto il momento di utilizzare il potenziale del commercio per la pace.
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Il Dr Patrick. T. Hiller, è uno studioso e docente di Trasformazione del conflitto, è membro del Consiglio di governo dell'Associazione internazionale per la ricerca sulla Pace, e dirige l'Iniziativa per la prevenzione della guerra della Fondazione Jubitz.

https://www.transcend.org/tms/2015/03/tpp-peace-and-conflict-its-not-about-trade-its-about-how-we-trade/

Last Updated on Saturday, 28 March 2015 06:11
 

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