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Tema cinghiali: come è andata a finire? come potrebbe proseguire? PDF Print E-mail
Written by Philippe Lemoussu   
Sunday, 20 December 2015 00:00

Buongiorno,
Sul tema cinghiali, vi inoltro la mia comunicazione con la funzionaria che si è da subito resa disponibile al dialogo.
L'ho impostata come una mail non solamente personale ma anche tentativo d'espressione delle esigenze di tutti i soci del Consorzio.
Un abbraccio
Philippe

Buongiorno,
Durante la nostra ultima telefonata le avevo detto che avrei fatto un resoconto dell'effetto della sua azione di moral suasion in seguito alla mia denuncia/richiesta.
Era un mio dovere dopo il suo impegno, tenerla informata sull'esito della situazione. Spero che possa anche essere accolto come una forma di sincero ringraziamento.
Penso infine che questa dettagliata traccia scritta, possa anche essere una forma di contributo al lavoro in corso sul nuovo regolamento regionale sul risarcimento dei danni da animali selvatici.
Il resoconto include anche vari allegati che documentano buona parte delle comunicazioni citate.
Colgo l'occasione di questo resoconto per fare alcune considerazioni ed alimentare la riflessione in corso negli uffici regionali sul nuovo regolamento regionale sul risarcimento dei danni da animali selvatici. Le segnalo anche che queste considerazioni, che nascono da una situazione molto personale, cercano di essere anche l'espressione degli altri soci del consorzio della Quarantina che mi hanno in qualche modo delegato per seguire questo lavoro di riscrittura dei regolamenti regionali.
L'inadeguatezza del regolamento attuale:
La normativa attuale sul risarcimento e la prevenzione dei danni (nell'ex provincia di Genova) è fondamentalmente concepita su un agricoltura di produzione, come se nell'entroterra  di Genova fossimo nella piana di Albenga. Le aziende di montagna andrebbero invece inquadrate in una agricoltura di presidio del territorio. Questa inadeguatezza si esprime da vari punti di vista:

I risarcimenti:
rrisori:
i prezzi di riferimenti non tengono conto del fatto che la maggior parte della produzione viene venduta al consumatore finale e non all'ingrosso quindi il valore reale del prodotto danneggiato è molto più alto del prezzo che viene invece preso come riferimento.
I prezzi di riferimento non tengono in considerazione il fatto che le aziende agricole possono essere certificate biologiche e i loro prodotti hanno quindi un prezzo di mercato sensibilmente più elevato.
I danni indiretti alla produzione non sono presi minimamente in considerazione. Ad esempio il lavoro necessario per il ripristino della recinzione danneggiata, le mancate semine in seguito al continuo lavoro di ripristino, i danni al suolo stesso che viene spostato e ammucchiato in modo caotico, sopra tutto quando si usano tecniche agronomiche che incentivano la vita biologica del suolo (cioè proprio ciò che piace ai cinghiali).
La soglia minima di 150 euro euro per l'ammissibilità del risarcimento del singolo danno sembra dettato solo da esigenze amministrative. (ridurre il costo dei sopraluoghi?) con la conseguenza che due danni da 75 euro a 10 giorni di distanza non sono tecnicamente ammissibili.
Il pagamento dei danni alla fine di ogni semestre in una unica soluzione comporta anche un danno di tesoreria per l'azienda agricola. Sopra tutto per il secondo semestre, periodo in cui arrivano a maturazione la maggioranza dei prodotti. Non si capisce a maggior ragione nella norma attuale per quali motivi non venga previsto l'accorpamento delle richieste di risarcimento visto che il pagamento è comunque accorpato.
In conseguenza di tutto ciò l'esperienza della richiesta di risarcimento risulta molto avvilente perché il lavoro svolto dai contadini sembra senza valore.

La prevenzione dei danni:
Sono diversi anni ormai che la ex provincia non eroga contributi per la realizzazione di recinzioni con la conseguenza che le aziende che hanno investito nel frattempo devono sopportare l'integralità dei costi. Questi costi sono assolutamente esagerati in rapporto al reddito che si può ricavare. Se questa situazione dovesse perdurare si potrebbe considerare che
lo stato, che si considera proprietario della selvaggina, non ottempera ai suoi obblighi.
il processo di abbandono della montagna risulta incentivato con tutte le conseguenze che ciò comporta. Risulta sempre più difficile curare persino gli orti.
Le gabbie mobili di cattura messe teoricamente a disposizione dalla città Metropolitana sono di fatto insufficiente e i comuni del litorale hanno la precedenza nel loro uso il che equivale a dire per le aziende agricole che non ci sono.
Le gabbie fisse di proprietà private (autorizzate) sono un palliativo di breve durata perché velocemente gli animali imparano ad evitarle.
I limiti di altezza  delle recinzioni (se esistono ancora) sono inadatti a contenere l'invasione da daini.

Alcuni suggerimenti per il nuovo regolamento:

In primo luogo la prevenzione:
La totalità dei fondi regionali non stanziati negli ultimi anni per le azioni di prevenzioni andrebbe ricuperata per un massiccio investimento in sistemi di recinzione di qualità.
Le aziende agricole che hanno fatto questi investimenti in quel periodo andrebbero sostenute retroattivamente.
La caccia ad appostamento andrebbe liberalizzata in modo controllato. Ad esempio le aziende potrebbero fare una richiesta per essere abilitate come luogo di caccia ad appostamento (in questo modo si controlla con precisione i luoghi idonei cioè i luoghi senza rischi per la sicurezza delle persone). I singoli periodi di appostamenti andrebbero dichiarati preventivamente (tramite mail/fax) dall'azienda agricola con il nome del cacciatore che svolge l'attività. Se necessario si potrebbe dichiarare l'esito di quella caccia in caso di abbattimento. Gli animali abbattuti rimangono di proprietà condivisa tra azienda agricola e cacciatore e costituiscono di per se un risarcimento dei danni.
In assenza (o in sostituzione ?) di eventuali regolamenti comunali sull'uso dei sentieri comunali andrebbe autorizzato in proseguimento dei sistemi di recinzioni delle protezioni sufficiente contro gli animali selvatici ma non vincolante per l'uso "umano" del sentiero (cancelletti con maniglia, a molla,.....). 

I risarcimenti:
Le aziende idonee alla caccia da appostamento  hanno una soglia di ammissibilità rialzata a 500 euro/richiesta di risarcimento perché si considera la cattura degli animali come una forma di risarcimento (si può dirottare cosi maggiori risorse sulle recinzioni e ridurre il lavoro del suo ufficio)
Per le aziende non idonee alla caccia da appostamento la soglia di ammissibilità viene abbassata (50 euro?) oppure si da la possibilità di conteggiare la soglia su un gruppo di richieste di risarcimento.
I prezziari di riferimenti attuali andrebbero moltiplicati per 2 nelle zone depresse e per 3 per le aziende certificate biologiche nelle zone depresse. (Ammetto una mia scarsa conoscenza in questo momento sui danni ad allevamento ma immagino che la situazione sia molto simile). Andrebbe aggiunta una quota fissa per i danni collaterali di difficile quantificazione.

La modalità di gestione dei fondi per la prevenzione e il risarcimento:
Visto le potenziali dinamiche in gioco tra cacciatori e "foresti", visto che un numero significativo delle aziende di recente attivazione sono iniziative di "foresti", è assolutamente necessario che sia esclusivamente la regione a gestire l'erogazione di questi fondi, se lo facesse l'ATC (come lo sta chiedendo) non c'è nessuna garanzia su un trattamento equo delle aziende "foreste".
Infine visto che nello statuto dell'ATC2 l'articolo 3 dice che l'oggetto dell'associazione è anche il "rispetto delle coltivazioni agricole". Penso che questo impegno andrebbe ampiamente stimolato e reso concreto in tutta la popolazione dei cacciatori liguri.

Rimango a sua disposizione, assieme ai miei colleghi del consorzio della Quarantina per collaborare, se la regione lo renderà possibile, sulla stesura finale del nuovo regolamento.

Le auguro ogni bene

--
Philippe Lemoussu
Equa di San Marco d'Urri
Via lezzaruole 131 A – 16040 Neirone

 

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